1885 - I MARTIRI PER LA LIBERTÀ ITALIANA della Provincia di Salerno dal 1820 al 1857
di A. Pizzolorusso
Fratelli Capozzoli di Monteforte Cilento: briganti o Martiri per la Libertà Italiana?
Capitolo XVIII
I fratelli Capozzoli e loro compagni.
Domenico, Patrizio e Donato Capozzoli trassero i natali in Monteforte, piccolo paese messo nel circondario di Vallo della Lucania, da ricchissima famiglia.
Cresciuti in età si affiliarono alla carboneria, ed eglino si distinsero nel propagarla tra i loro conterranei ed amici. Presero parte ai movimenti del 1820 e sostennero a tutta possa la costituzione giurata dall'infido Re. Furono compresi nella lista dei proscritti e costretti a vivere raminghi ed erranti per monti e burroni sfuggendo l'incontro dei gendarmi e talora venendo con loro alle prese, trovavano nel loro ardimento e destrezza la salvezza. Una ingiuria fatta all'onorato loro nome, che vendicarono col sangue, fece sì che i più credettero fossero comuni malfattori e come tali trattati anche da qualche scrittore moderno.
Avvenuta la insurrezione del Cilento, i fratelli Capozzoli, a cui si erano uniti Antonio Gallotti, Domenicantonio Catarina, Pasquale Rossi, ed altri ne furono l'anima. Primi nell'alzare la bandiera della rivolta corsero da vincitori i comuni di Centola, Palinuro, Pisciotta, Bosco , S. Giovanni a Piro, Cuccaro, e quivi vedendo inutile ogni resistenza a Del Carretto, accomiatarono quei generosi che avevano risposto al loro appello, e con Catarina, Gallotti, Rossi e Ciardella presero pei monti con l'intento di ridursi in paese straniero ed ivi da sconosciuti vivere, aspettando un evento propizio per tornare ad offrire il loro braccio alla patria.
La medesima sera si rifuggiarono sui monti di Vallo, ma assediati da per ogni lato dai gendarmi si incaminarono alla volta della Basilicata per andare a Bari e trovarvi un imbarco che li portasse nell'esilio. Molti giorni vagarono e nel bosco denominato Quarantana appicato ad un albero trovarono l'editto che il Del Carretto aveva emanato e nel quale era detto: che il governo del Re avrebbe dato in premio quattordicimila franchi a colui o coloro che avessero consegnati vivi o morti i ribelli e comminava la pena di morte a chiunque li soccorresse o li aiutasse a sfuggire il rigore della legge. Si ridussero a Ceraso, si provvidero di munizioni, abiti, vettovaglie e presero per alla volta di Pesto (Paestum). Lungo la via arrestarono una spia che il Del Carretto aveva inviata ad esplorarli e la ritennero senza arrecarle alcun male e non sapendo come sfuggire alle continue persecuzioni, inviarono la persona arrestata a colui che l'aveva mandata, facendogli credere esser pronti a presentarsi a lui in Salerno, qualora ritirasse le truppe.
Il generale credette a tali parole e comandò: che i soldati si riducessero ai rispettivi alloggiamenti ed egli partì per la sua residenza ad attendervi i ribelli, i quali appena seppero essere il loro stratagemma riuscito, corsero a Pesto (Paestum) e rinvenuto un brigantino, giuntovi da poco per caricar cocomeri, alla cui custodia eranvi delle guardie di finanza, a non destare sospetti, ornarono i loro cappelli di coccarde rosse, ligarono tre loro compagni come se fossero dei prigionieri e avvicinatisi al padrone della nave dissero essere le guardie urbane del comune di Ogliastro, che di gran premura, d'ordine del maresciallo comandante le armi, dovevano tradurre quegli arrestati alla sua presenza in Salerno.
Inutile astuzia perchè furono mandati al fiume Sele che ivi avrebbero trovato delle barche pescherecce che acconsentirebbero a trasportarli.
Non sel fecero ripetere, tosto partirono e alla foce del Sele trovarono una grossa barca la noleggiarono, volsero la prua per Pesto (Paestum), si provvidero di vettovaglie, ed entrati nuovamente in mare sciolsero le vele al vento e partirono.
Allorchè furono al largo fecero palese alla ciurma il vero esser loro e quella, fra la paura e i battiti del cuore, che spingevali ad una azione generosa, acconsentì a trasportarli nelle Romagne.
Quattro dì navigarono con buon vento, ma nel quinto il mare da placido e tranquillo divenne furioso, e poco mancò non naufragassero presso il monte Circello. Sbarcarono e pagati i marinari con centosessanta pezze d'argento, a piedi intrapresero la via di Livorno, ove giunsero a capo di cinque giorni. Da sconosciuti entrarono in città e alloggiarono prima presso un napoletano, che ivi dimorava, poi con un Felice Tristano di Corsica, al quale, conoscendolo fido, raccontarono le loro sventure e questi si offri di procurargli un imbarco e di accompagnarli nella sua patria.
Vestiti da marinari sul molo, fingendo di andare a diporto, raggiunsero la nave, salparono e l'indomani sbarcarono a poche miglia da Bastia. Quivi idearono presentarsi alle autorità francesi; ma saputo che restando da privati nell'isola, alcuno li avrebbe molestati, andarono in Aiaccio e lavorando chi in una cosa chi in un'altra, traevano innanti la vita.
Cinque mesi trascorsero che il governo di Napoli avvisato da tal Morelli, ivi dimorante, che si finse anch'egli emigrato politico per rovinarli, li richiese alla Francia, protestando essere quegli infelici macchiati di comuni delitti e notificava ai rappresentanti francesi l'editto che li dannava.
In men che si dica Antonio Gallotti venne arrestato e restituito alla Borbonica iena, che lo destinava al capestro; ma dopo che dalla tribuna del parlamento francese tuonò la voce di Sebastiano Tiburzi, Beniamino Constant e del generale Lafayette, i quali provarono che il delitto comune punto esisteva, e in quella estradizione ne andava l'onore di Francia, più volte e con insistenza richiesto, alla fine venne restituito con minacce.
Informati i Capozzoli, Catarina, Rossi e Ciardella di quanto al loro compagno era avvenuto, pensarono mettersi in salvo e avendo conosciuto il capitano di una nave mercantile, pronta a far vela per Napoli, lo pregarono a che acconsentisse a trasportarli di nascosto in quella città.
Il 12 dicembre 1828, la nave salpava nascondendo nella stiva quegli infelici cui il fato serbava più terribile sorte.
Il giorno 15 approdarono all'isola d'Elba, perchè il mare diveniva tempéstoso, il 21 a Civitavecchia e il 3 gennaio 1829 sorpresi da furiosa burrasca naufragarono in una spiaggia deserta, salvandosi a stento insieme ai marinai nella barcaccia. Dopo poche ore si accomiatarono da quell'uomo generoso dopo essersi abbracciati e confusi tra loro le lagrime della riconoscenza, e della gratitudine.
Vagarono affamati pei boschi di quelle vicinanze sotto una pioggia fitta e continua, insino a che incontraronsi in un lavoratore, che li ospitò per più giorni e poi con la sua stessa scorta passarono a Terracina, indi a Valli-Corsi, e quivi rimuneratolo presero la via di S. Germano e riposarono in una capanna. Allo svegliarsi intesero lo scoppiettio della frusta di alcuni carrettieri, cercarono raggiungerli ed ecco che s'incontrano nei visi arcigni di due gendarmi, i quali loro chieggono le carte di passaggio. Non si smarriscono, non si perdono d'animo e loro presentano quelle che avevansi procurate in Corsica sotto falso nome, di vecchia data e scritte in idioma francese. Questi o non comprendendole o credendoli stranieri, li lasciarono andare; ed eglino raggiunti i carrettieri vennero in Napoli, ove si rimase il solo Catarina, e Capozzoli con Rossi e Ciardella raggiunsero i monti nativi.
La notizia del loro ritorno in breve si divulgò, ed eglino vivendo tra i loro compaesani, precisamente in casa di Luigi Magnoni a Rutino, che gli si mostrava affezionato e fido, di nulla temevano, tanto che riusciva vano ogni tentativo di arresto contro di essi.
Alcuni però già compromessi nella loro stessa causa e in più rincontri da loro beneficati, spinti dalla cupidigia e dalla sete dell'oro deliberarono perderli e fissarono a compimento dell'impresa la sera del 19 giugno, in cui dovevano aver luogo le nozze di un figliuolo di Diego Cirillo, di Perito.
Concertatisi tra loro, con inganno ve li trassero assicurandoli che agli sponsali vi sarebbero intervenuti solo parenti e gente a loro affezionata e devota.
Credettero a tale assertiva, fidenti in quelli che più volte avrebbero potuto darli in mano al carnefice e non l'avevano fatto: vi andarono.
Sino a notte avvanzata durarono le danze e i tripudî e tutti andarono a dormire. Non era trascorso molto tempo che i Capozzoli e Rossi furono desti dal lungo e continuo latrare di un cane che l'insospettì e Domenico fattosi alla finestra s'accorse che la casa era tutta circondata da soldati. Di un balzo si ritrae indietro, si slancia verso la stanza ove credeva dormissero i traditori e ucciderli; ma dessa era vuota.
Allora si misero sulla difesa per vendere a caro prezzo la loro vita. All'invito che loro venne fatto di arrendersi, risposero con delle fucilate e allora una vera battaglia s'impegnò che durò parecchie ore; ma mancate loro le munizioni, sopraffatti dal numero, furono ligati, portati in Vallo della Lucania e sottoposti al giudizio della Corte Marziale.
Allorquando vennero interrogati alcun altro all'infuori di Domenico Capozzoli rispose e narrò tutte le loro vicende dal di in cui emigrarono sino a quello del ritorno e del loro arresto. Aggiunse che più volte avevano invitate persone per aver del danaro nella casa di coloro che li avevano traditi, e di aver ricevuto solo da Luigi Verrone, di Rocca Cilento, la somma di ducati sessanta, che avevano consegnati a colui che li ospitava, quasi a pagamento del loro trattamento. Oltre a ciò aver al medesimo consegnato una collana e mostrina d'oro tolta alla famiglia Balbi di Roccagloriosa, due orologi d'argento, l'uno del marchese di Prignano, l'altro di Gerardo Marsilio, e diversi altri oggetti.
Trovandosi nella sala attigua uno dei traditori, che eravi andato per riscuotere, forse, il prezzo della sua infamia, fu fatto entrare e messo in confronto convenne essere in suo potere gli oggetti indicati, essendogli stato imposto dai compari di restituirli a coloro cui appartenevano.
La Commissione Militare, nominata per giudicarli, fu inesorabile e li dannò a morte.
Il 29 giugno 1829, condotti a Palinuro sotto il telegrafo, che un anno prima avevano distrutto, furono fucilati, e le loro teste staccate dal busto, infisse sopra pali, furono ivi esposte ad atroce spettacolo.
Vênuta l'era di libertà, il 1860, il battaglione della guardia nazionale, agli ordini di Teodosio de Dominicis, nipote al giustiziato del 1828, comandato dal maggiore Pietro Giordano, di Ceraso; tolse quell'avvanzo di ossame, che ricordava la barbarie e la ferocia dei despoti, e celebrati solenni onori funebri, li unì ai loro corpi sotterra.

